Sweetwater: il paese di due leggende

Non molte cittadine possono vantare di avere due campioni del mondo sportivo tra i suoi abitanti. Sweetwater, 11.000 abitanti situata nel Texas centrale, è una di queste. Anche se per uno dei due si è dovuto aspettare molto tempo affinché venisse ritenuto tale.
Il prossimo mese Doyle Brunson compirà 77 anni. Vanta ben 10 braccialetti delle World Series of Poker e da giovane, ai tempi del college, è stato un buon giocatore di basket. Insieme al defunto campione di football americano, Sammy Baugh, stella NFL degli anni ’40-’50 – NFL Player Of The Year nel 1947-1948 – è una delle leggende sportive (e non) di questo piccolo paesino della provincia americana.
Ma per “TexasDolly” la strada verso il successo – inteso anche come apprezzamento popolare – è stata ben più impervia. Negli anni della gioventù di Brunson il mondo del poker, e dell’azzardo in generale, non era ben visto dalla maggioranza della popolazione statunitense.
E proprio grazie alle gesta di personaggi del calibro di Doyle, il poker è stato rivalutato ed esportato dalle fumose sale fino a farlo approdare sulle televisoni di tutto il mondo. Brunson, nella sua autobiografia “The Godfather of Poker”, racconta in pillole la sua lunga avventura non solo pokeristica, che lo han portato a diventare una star americana a tutti gli effetti.
La storia, scritta a quattro mani con il giornalista Mike Cochran, è piena di citazioni a partite, persone e luoghi che sono entrati di diritto a far parte del racconto della vita di Brunson.
Sono parecchie le storie e gli intrecci con persone che, più o meno legittimamente, son diventate famose pedine dello scintillante star-system a stelle strisce, tra i quali il golfista Lee Trevino, l’attore Leonardo Di Caprio, lo spacciatore Jimmy Chagra che Brunson ricorda come personaggio assolutamente fuori controllo, capace di buttare milioni di dollari in una sola notte “come fosse riso ad un matrimonio”.
Agli inizia della sua carriera pokeristica Brunson frequentava il circuito texano, che comprendeva un nucleo di circa 40 sale da gioco. Uno dei suoi migliori amici era Brian Roberts con il quale, e con Amarillo Slim Preston, trascorreva la maggior parte del tempo a giocare all’Eagles Club di Odessa ed al Pinkie Roden’s Inn di Golden West.
Ma a quell’epoca la vita del giocatore di carte non era certo raccomandabile, ed anzi si cercava con ogni mezzo di “nascondere” la propria passione. Di questi “bonari sotterfugi” ne fece le spese anche la futura signora Brunson.
Louise, commessa in una drogheria dove Doyle andava a comprare la schiume da barba ed altro soltanto per riuscire a “shippare” un’invito a cena, quando chiese a Doyle di cosa si occupasse nella vita si sentì rispondere : il bookmaker.
Inizialmente lei non capì, anzi confuse con la parola bookkeeper, e pensò così che Doyle fosse un più ordinario contabile. Doyle Brunson ha dichiarato di aver scelto la strada del poker professionistico per il sapore della sfida, per l’eccitazione del gioco e per i sostanziosi guadagni.
Ammette che il fattore economico è fondamentale e che i soldi sono ancora oggi la grande motivazione che lo spinge a continuare a giocare. Dice, che nonostante l’esperienza fatta sui tavoli verdi del mondo intero, sente di dover imparare ancora oggi qualcosa sul gioco, e succede ogni volta che prende posto al tavolo.
Dom 01/08/2010 da Assopoker in Doyle Brunson







